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domenica 26 ottobre 2008

IL CAPO FASCISTA

Esistono persone molto brillanti, colte e apprezzate a livello individuale, che quando si trovano a dirigere un gruppo, si rivelano dei perfetti incapaci. Creano il caos, danno ordini contraddittori, prendono decisioni arbitrarie e arrivano anche a distruggere la propria squadra. Magari queste persone sono arrivate ad essere capi perchè qualcuno ha pensato che sarebbero stati capaci di trasferire in un gruppo la propria efficienza, facendo rammaricare ben presto, però, chi li aveva nominati.
Quando il capo ha autorità ed è sicuro di sè, non ha bisogno di circondarsi di cretini incompetenti o servili leccapiedi, quando invece si ha a che fare con dei furbetti mediocri che sopravvivono abusando del proprio ruolo, le cose cambiano. Questi figuri si isolano perchè non si fidano di nessuno ed anche in sogno sono accompagnati da perenne insicurezza. Non condividono i dubbi con nessuno e quando parlano alzano subito i toni temendo che le idee degli altri siano migliori delle loro. Usano frasi che escludono ogni possibilità di discussione del tipo:
  • "Che sia l'ultima volta che..."
  • "Non ti permetto di discutere quest'ordine..."
  • "E' così punto e basta!"
Costoro vivono in una angoscia costante, vedono nemici in tutti gli angoli, vivono ogni atteggiamento con sospetto e come se fosse una cospirazione verso di loro. Hanno bisogno anche di "informatori" che alimentino le voci di corridoio e che soddisfino la loro ansia. Aumentando le paure del capo stuzzicano la sete di rappresaglia verso i "nemici". Questa gente cosi mediocre e acritica aiuta il capo insicuro ad essere ancora più titubante e a convincersi di avere intorno a sè persone che vogliono il suo male, portandolo ad immaginare situazioni irreali e quasi sempre deleterie. Evita il dibattito ed è convinto che la migliore invenzione per una società sia il "pensiero unico", in pratica attua una politica fascista.
Non c'è da meravigliarsi, quindi, se ad un certo punto il gruppo si ribelli e di solito questo succede per motivi molto più terra terra. Ad esempio la rivoluzione americana è iniziata con l'episodio del Boston Tea Party, la rivoluzione francese e quella russa con la scarsità di pane, magari fra un po' ci troveremo a raccontare di una prossima rivoluzione nata dalla carenza di latte.

“La violenza genera violenza; l’odio genera odio e l’intransigenza genera altra intransigenza. E’ una spirale discendente, e alla fine non vi è che distruzione, per tutti”. Invece, ci ricorda Martin Luther King, "La non violenza produce la trasformazione del mondo e il superamento del rancore. Ma per fare tutto questo non bisogna accontentarsi, esorta King, degli spiccioli che ci vengono offerti". Ma bisogna chiedere, volere, desiderare e perchè no, lottare per un’energica trasformazione del mondo. Solo parole? Martin Luther King con la sua vita, dedicata a realizzare questo "sogno", ci ricorda che non è così.

venerdì 15 agosto 2008

IL CAPO DESPOTA


 Noi tutti vorremmo che il capo fosse una guida sicura, che ci trasmettesse forza e certezza, che fosse, equanime e giusto. Invece, molto spesso, ci troviamo di fronte a dei  superiori che sono esattamente il contrario, instabili e capricciosi e talvolta abbiamo l'impressione che essi considerino prerogativa del potere proprio la possibilita' di essere imprevedibili e umorali.  Che cosa spinge costoro ad agire in questo modo? Poter assaporare il senso di forza, di sicurezza che nasce dall'esercizio del potere nella sua forma piu' pura, primordiale. Il potere assoluto e' quello che non e' soggetto a nessuna legge. Neanche alla legge della logica, della coerenza. Il despota non deve dare spiegazioni e giustificazioni. Qualunque cosa faccia ha sempre ragione. Tiene gli altri nel suo pugno, tremanti o schiumanti di rabbia impotente. In quel momento si sente onnipotente, una divinita'. Ma questo atteggiamento è utile per i bisogni dell'azienda? Ecco alcuni esempi: nel 1998 la Deimler - Benz aveva un utile di 5,7 miliardi di dollari mentre 3 anni dopo era in perdita di 1 miliardo cosa era successo? Il manager numero uno Jurgen Schrempp aveva sfinito l'azienda a colpi di acquisizioni inutili (Mitsubishi, Hyundai...) governando con uno stile «dispotico»: tutti i manager che si erano opposti erano stati rapidamente messi fuori gioco e sostituiti da una squadra di nuovi dirigenti «leali e devoti». Fatti privati della DaimlerChrysler? Niente affatto, una vera e propria sindrome, un insieme di comportamenti sbagliati che, se non sono conosciuti e prevenuti dalle organizzazioni aziendali, portano inevitabilmente alla crisi. Insomma, la sindrome da burnout, fatta di crescita aziendale rapida ed eccessiva, leadership autocratica e cultura del successo tutta basata sullo stress e sulla dura competizione tra i dipendenti (la logica dell' «up or out» o avanzi in carriera o è meglio che ti dimetti) è in grado di sfiancare fino alla crisi qualunque azienda di successo.  Sul versante opposto, però,  è in agguato un' altra insidiosa sindrome aziendale, quella del «prematuro invecchiamento». Ne sanno qualcosa i grandi magazzini americani Kmart, la Eastman Kodak o la Motorola, che sono passate attraverso gravi crisi. Tutto a causa di periodi di «crescita stagnante», di un' eccessiva resistenza al cambiamento (Kodak aveva sottovalutato l' avvento del digitale, Ibm l'era dei Pc e General Motors il trend dei cosiddetti Suv), di una leadership debole con i manager intermedi e con i sindacati, di un' organizzazione burocratica e di una cultura delle basse performances basata su stipendi fissi e promozioni di anzianità. E, allora, se non funziona né un estremo né l' altro? La conclusione è piuttosto scontata: per essere aziende sempre esenti da crisi, tipo Bmw, General Electric, Siemens o Toyota, bisogna trovare il giusto equilibrio. Occorre puntare a crescite sostenibili e a cambiamenti controllati, non concentrare il potere nelle mani di pochi manager, bilanciare rivalità e cooperazione tra i dipendenti. Insomma, nulla più di un notissimo «in medio stat virtus». Ma non l' avevano già detto i Romani?

venerdì 25 luglio 2008

IL POTERE LOGORA


CAPO DICE 'NON CAPISCI UN cazzo', REATO

Suprema corte respinge ricorso di un uomo per frase a dipendente

Stiano attenti i 'capi' che al lavoro apostrofano un dipendente con la frase 'non capisci un cazzo': rischiano una condanna per ingiuria. Alle posizioni gerarchiche piu' alte, infatti, e' dovuta, per il ruolo rivestito, una certa 'continenza espressiva'. Lo si evince da una sentenza della Quinta Sezione Penale della Cassazione che ha rigettato il ricorso di Sebastiano C., responsabile di una societa' in provincia di Catania, portato in giudizio da una sua dipendente. La Corte d'Appello di Catania aveva dichiarato la prescrizione del reato, confermandone pero' le 'statuizioni civili'. L'uomo ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo che 'in ragione dell'evoluzione dei costumi e del mutamento del linguaggio quella frase era l'equivalente rafforzativo di 'lei non capisce nulla'', del tutto innocente, che stava a significare un 'lei non ha compreso quello che io ho scritto' trattandosi di una discussione nata per un ordine di servizio sugli straordinari. La Cassazione, pero', ha ritenuto il ricorso 'inammissibile perche' tendente ad una rivalutazione della effettiva potenzialita' offensiva dell'espressione' che nel merito era stata gia' valutata dai giudici di primo grado, tra l'altro 'tenendo conto del rapporto gerarchico che legava il capo alla dipendente, rapporto che avrebbe dovuto, oltre tutto, indurre il primo ad una attenta continenza espressiva'. 

domenica 1 giugno 2008

ASSERTIVITA' OVVERO IMPARARE A DIRE CIO' CHE SI PENSA


Assertivita': impariamo ad essere assertivi
Cosa significa essere "assertivi"?Perche' e' importante l'assertivita'?

"...capisco il tuo punto di vista, ma...
IO LA PENSO IN UN ALTRO MODO"
Essere assertivi significa avere rispetto di se', di cio' che si pensa e si crede, rispetto dei propri sentimenti e delle proprie esigenze anche quando non coincidono con quelle degli altri, senza comunque ferire nessuno.
"NO, mi dispiace ma.. NON POSSO..."
Significa riuscire a dire NO senza avere sensi di colpa, perche' dire no e' un diritto di tutti, come e' un diritto avere opinioni diverse, e' un diritto sbagliare, e' un diritto essere presi in considerazione, decidere se fare una determinata cosa o meno, e' un diritto essere se stessi.Essere assertivi non significa essere egoisti, una persona ad esempio puo' avere desiderio di aiutare qualcuno e farlo.
E' stata quindi coerente con cio' che sentiva e voleva fare, allo stesso tempo e' stata quindi sia assertiva che altruista.Al contrario, una persona che ne aiuta un'altra non perche' avrebbe voluto, ma solamente perche' non riesce a rifiutare, e' una persona altruista?L'assertivita' e' quindi un modello di comportamento, un atteggiamento nei confronti di se stessi e della vita che puo' essere visto come un punto di equilibrio tra essere aggressivi ed essere passivi.La persona che ha comportamenti aggressivi cerca di raggiungere i propri obiettivi calpestando gli altri, e' concentrata su se stessa, ha un atteggiamento prevalentemente distruttivo ed a volte puo' essere violenta.
(E' come ti dico io!! o fai cosi' o ...)
La persona che ha comportamenti passivi accantona le proprie esigenze ed emozioni per accontentare gli altri, per paura di rifiutare, di dire di no. Ha difficolta' ad esprimere la sua opinione, e' influenzabile e pensa che le opinioni degli altri valgano piu' della sua.
(...sarei voluta andare al mare oggi, ma poi M. mi ha chiesto se gli davo una mano e...dai, come facevo a dirgli di no...)
La persona assertiva comprende i propri bisogni e le proprie emozioni e li sa esprimere in maniera onesta e costruttiva, senza provare imbarazzo o sensi di colpa e raggiungendo cosi' i propri obiettivi senza ferire gli altri oppure se stessa.
(...ti avrei aiutato volentieri, ma oggi proprio non posso, e' il mio giorno libero ed ho bisogno riposare e rilassarmi un po').

venerdì 2 maggio 2008

IL CAPO


E' sufficiente il titolo che si ricopre per definirsi un buon capo? Potete riconoscere con sicurezza, fin dai suoi primi gesti, fin dalle sue prime azioni, senza timore di sbagliare, se una certa persona governerà in modo dispotico, disprezzando ogni merito e ogni valore.
Osservate come sceglie i collaboratori a cui affida i compiti più importanti e riservati.
Il capo, che desidera veder prosperare la sua organizzazione in un clima di collaborazione e di armonia, sceglie le persone di valore, oneste, creative, dotate di autonomia di giudizio.
Lo stato maggiore delle grandi imprese di successo è formato, di solito, da manager di prim'ordine, ciascuno dei quali, in caso di necessità, può sostituire il capo supremo e addirittura prenderne il posto.
E, sebbene le decisioni spettino sempre al capo, egli normalmente le discute con loro nel comitato di direzione.

Invece il comportamento del despota è completamente diverso. Anche lui usa collaboratori di valore, perché senza di loro, l'organizzazione non potrebbe funzionare.
Però per i compiti più importanti, più delicati e più sporchi, usa esclusivamente un gruppo di personaggi fedelissimi, di solito mediocri, privi di qualità intellettuali e morali, ma che gli ubbidiscono ciecamente.
Hitler ha lasciato ai loro posti i generali delle forze armate, la Wehrmacht, ma li ha messi sotto il controllo dei suoi compagni di partito, Goebbels, Himmler, Goering e delle milizie speciali, le SS, che rispondevano solo a lui.
Milizie in cui venivano reclutati giovani ambiziosi, spregiudicati, aggressivi e pieni di odio.
Anche Stalin lascia al loro posto alcuni grandi funzionari statali e generali della Armata rossa. Ma sotto il tallone dei suoi commissari politici e della polizia segreta.

Non dobbiamo pensare però che questi metodi siano limitati alla politica o ai regimi totalitari.
Su scala più modesta vengono applicati anche nelle imprese pubbliche e private.

Il despota, il personaggio che usa l'organizzazione per i suoi scopi personali, governa con una cricca formata da personaggi squallidi, privi di moralità, che dipendono ciecamente da lui.
Mentre i funzionari che mandano avanti l'organizzazione, soprattutto quelli più preparati e onesti, vengono tenuti all'oscuro delle decisioni più importanti e, spesso, umiliati e minacciati. 
Un buon capo deve assommare diversi tratti per riuscire a garantire efficienza e benessere sul luogo di lavoro. Ma agli occhi dei sottoposti, quello che il leader sbaglia di più e più frequentemente è proprio il modo in cui decide di imporsi, di esprimere i propri bisogni senza violare i diritti degli altri. D'altra parte la giusta capacità di imporsi non è una caratteristica chiaramente identificabile. Anzi, meno la si nota, meglio è: significa che funziona come dovrebbe. Un po' come il sale nella salsa. Quando ce n'è troppo o troppo poco, non si riesce a notare niente altro. Quando è giusto, risaltano tutti gli altri elementi. L'assertività diventa però un problema se vira verso un estremo o un altro. Da un lato, l'incapacità di imporsi crea un "corto circuito" nel leader, che non riesce a realizzare gli obiettivi che si è prefisso e a raggiungere risultati. All'opposto, un capo troppo assertivo diventa insopportabile, rischio certamente da non sottovalutare. Anche se per un certo periodo riesce a ottenere quello che vuole, alla lunga i costi sociali cominciano a farsi sentire con conseguenze gravi sui risultati.
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